giovedì 31 maggio 2012

Recensione: Colours


Colours” è il prodotto del lavoro del gruppo di teatro dell’Istituto Calvino. È un laboratorio autogestito, supervisionato da due professori che cercano di intervenire il meno possibile sulle scelte dei ragazzi, nell’idea di concedere loro la massima libertà, senza che nulla venga imposto o influenzato, tutt’al più consigliano ed esprimono pareri.
I ragazzi, quindi, lavorano in un clima di collaborazione e democrazia. Come per lo spettacolo che avevano allestito per la scorsa edizione di Tegras – e che io vidi – hanno lavorato su un’idea proposta da uno di loro, ispirata al film "Pleasantville", e l’hanno sviluppata, aggiungendo o modificando situazioni, scrivendo interamente il copione da soli, così come da soli hanno provveduto ai costumi, al trucco e agli oggetti di scena.
Tuttavia, la mancanza di una figura direttiva, come un operatore teatrale di professione o un insegnante che si cimenti nel ruolo di regista, non è il solo merito di questo spettacolo.



L’allestimento. La struttura del testo è classica: un narratore apre la scena raccontandoci della vita grigia e claustrofobica che si conduce a Greyville. In seguito ci vengono presentati i personaggi della storia, ma qualcosa accade e spezza la routine di tutti i giorni, innescando una serie di reazioni a catena che sfociano in un conflitto aperto.
La tensione cresce sino ad esplodere nel climax, necessario perché la rottura con “ciò che c’era prima” sia definitiva e si possa giungere a una conclusione, in questo caso un lieto fine.
Personalmente, ho apprezzato l’uso delle luci e come sono state messe in piedi alcune scene, usando un linguaggio – le luci appunto, o il rivolgersi a qualcosa che accade oltre le quinte – che è prettamente “teatrale”, senza che un esperto del mestiere abbia consigliato i ragazzi. L’unica cosa su cui dovrebbero lavorare sono i cambi scena, che andrebbero leggermente velocizzati. Per il resto, come si dice, lo spettacolo funziona.

Il coraggio di essere. A Greyville non sono ammessi i colori, né i libri di poesie, né le canzoni cantate e un’altra serie di divieti regola la vita dei suoi abitanti.
In questa città non esiste la paura del diverso, perché è il diverso a non esistere, non vi è nemmeno una strada che possa portare “oltre”, anche volendo è impossibile scappare, non c’è nessun posto dove andare.
Il narratore – che mi ha immediatamente ricordato il Puck di Shakespeare – è uno spirito che decide di intervenire portando il colore, la vita, nella cittadina. La storia è una favola moderna, metafora di un mondo cupo, triste e cieco che si ritrova suo malgrado ad affrontare le sfaccettature dell’esistenza, le sue sfumature e diversità.
Le vicende messe in scena ci parlano di libertà di espressione, nell’arte, nel vestire, nel scegliere i propri amici, nell’amore e del coraggio necessario per difendere queste scelte e queste libertà.



Alla scoperta dell’Oltre. Nel raccontare una favola c’è sempre il rischio di scivolare nella banalità, nella retorica e nella “melensaggine”. Durante lo spettacolo ho temuto, sinceramente, il momento del finale, ma – per fortuna – non c’è stato nessun “e vissero per sempre felici e contenti”.
Che gli abitanti di Greyville, scoprendo i colori delle loro personalità, fossero più allegri di prima non c’è da metterlo in dubbio, ma una strada si apre davanti a loro e va percorsa, il mondo è vasto, va esplorato, va guardato con occhi capaci di vedere al di là e, allora, loro partono: il finale è una via che si srotola dinanzi a noi, pubblico compreso. In questo viaggio i personaggi scoprono delle cose, cose che rimangono con loro, e sul palco vengono rappresentate con oggetti semplici, come una palla o una chitarra o una bambola, oggetti colorati e che rimandano ancora una volta alla sfera delle passioni, della creatività – che sia sportiva o artistica – e del gioco. Non sappiamo chi di loro è tornato a casa, chi ha proseguito, chi ha trovato un altro luogo dove fermarsi.
Il finale è una strada da percorrere.

Valeria Screpis

3 commenti:

  1. Ciao, sono Marco Locarno uno studente del gruppo che ha partecipato allo spettacolo (interpreto Gabriel, il grigio più restio al cambiamento e che appunto detta le regole contro i colorati).
    Grazie mille della recensione, sono molto contento (e credo che tutti lo siano) di aver trovato un pubblico che ha saputo guardare, capire e, in un modo o nell'altro, apprezzare la rappresentazione (cosa che purtroppo non è successa a Borgio Verezzi).
    Dal mio punto di vista, spero davvero che lo spettacolo abbia stimolato le persone a ragionare sulla vita quotidiana e sulla propria vita, composta proprio da molti momenti di "grigio", di "passività" e chiusura mentale, andando invece a ricercare il proprio "colore", l'originalità, l'unicità, il libero pensiero e così via con tutte le interpretazioni possibili.

    Grazie ancora della recensione! =) la condivido con tutto il gruppo =)

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    1. Ciao Marco, mi ricordo di te! Innanzitutto, grazie per aver lasciato un commento. Approfitto dell'occasione per chiederti il titolo del film a cui vi siete ispirati, così da poterlo citare nella recensione.
      Continuate a impegnarvi e a darvi da fare, mi raccomando.
      Mi permetto di specificare una cosa su Borgio Verezzi: non so, perché non c'ero, l'atmosfera in cui vi siete trovati, ma fate tesoro delle critiche che, anche se "dure", non sempre sono sinonimo di poco apprezzamento o scarsa predisposizione a guardare e a capire.
      Un saluto e un abbraccio,

      Valeria

      (se anche gli altri vorranno esprimersi qui sul blog, siete i benvenuti!)

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    2. Il film a cui ci siamo ispirati è "Pleasantville"! =)

      In ogni caso io non mi riferivo alle critiche (sicuramente costruttive) che ci sono state fatte da parte della giuria, ma proprio dal pubblico (in maggioranza ragazzi) che a volte commentava, faceva battutine o comunque disturbava... Io non me ne sono accorto perchè quando sono sul palco mi isolo quindi che urlino o che applaudano, per e è uguale XD
      Tutto qui =)

      A presto
      Marco

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