Che cosa significa
avere 13 anni? A guardare questo spettacolo, avere tredici anni vuol dire
affrontare conflitti: con i genitori, con i fratelli e le sorelle, con gli
insegnanti, gli amici, i compagni di scuola. È innegabile che sia così, avere
relazioni comporta il confronto e, talvolta, anche lo scontro. Tuttavia, se con
i coetanei – che siano sorelle minori o vicini di banco – si riesce ad
instaurare un dialogo, è contro il mondo degli adulti che i ragazzi si
ritrovano a fare fronte comune, nel tentativo di aprire una breccia nel muro
dietro cui i grandi si trincerano.
Mancanza di ascolto.
I genitori che compaiono nello spettacolo sono egoisti e frustrati, riversano
sui figli le proprie ambizioni mancate e tutte le piccole ossessioni – come la
madre iper-protettiva che scandisce la giornata in una soffocante tabella di
marcia, con orari da rispettare al minuto – sono infantili e litigiosi, al
parco scoppia persino una rissa tra mamme, sono presenze ingombranti, troppo
presenti o, al contrario, del tutto assenti, come la madre della ragazzina bella-ma-ignorante
la cui unica preoccupazione è scegliere l’abito migliore per “fare colpo sul
direttore del personale”.
La scuola non riceve un trattamento migliore: l’insegnante
di scienze sa rapportarsi alla realtà solo in termini di compiti, voti e note
sul registro, tanto che nemmeno si accorge delle attenzioni del bidello Arturo.
Questi, sebbene sia l’unico personaggio adulto a risultare simpatico al
pubblico, è un moderno don Quijote che vive in un mondo di versi e rime
strampalate. In questo modo, non riesce nemmeno lui a proporsi come
interlocutore valido alle richieste del gruppo di tredicenni. Anzi, sarà solo
grazie a loro, e alla loro presa di posizione, che anche Arturo riuscirà ad
avere un moto di ribellione, abbandonando l’amore non corrisposto per la fredda
e altera prof. di scienze.
Un’amara ironia. Certo
non mancano i momenti esilaranti, le battute sagaci e divertenti – nonostante l’allestimento
dello spettacolo difetti un po’ di ritmo – il pubblico ride ma, almeno per me, è
un riso dal retrogusto amaro, perché le situazioni rappresentate non sono
invenzioni surreali, né caricature esagerate, bensì rispecchiano la realtà, una
realtà che messa in scena sul palco appare ridicola, ma quando si presenta
nella vita di tutti i giorni diventa grottesca e il pubblico adulto non può
esimersi, quanto meno, dal sentirsi chiamato in causa.
La ribellione è la
danza-jazz. Ho apprezzato particolarmente il finale in cui l’insegnante di
scienze, metafora del sistema scolastico così spesso rigido e impersonale,
viene “sconfitta” definitivamente con la danza.
I ragazzi inneggiano alla ribellione, ma in realtà quello
che vogliono non è sovvertire l’ordine, non vogliono comandare loro, quello che
chiedono – e che si manifesta in tutta la sua giocosità nel balletto finale – è
di essere ascoltati, è di potersi affermare come persone con una propria
individualità, di poter scegliere e di mettersi in gioco.
Un tema che ritorna.
Fa riflettere come questo eterno conflitto genitori/figli, adulti/adolescenti,
si riproponga ancora una volta e con tanta irruenza. È evidente che se i
ragazzi del laboratorio hanno accettato di lavorare su un testo come quello di “13 Anni”, in cui più volte appare
evidente la critica dell’autore, soprattutto nella scena emblematica del padre
che nega con la propria “capa” che il ragazzo che ha appena perso l’incontro di
karate sia suo figlio, è perché il problema è sentito, è reale e necessita di
essere affrontato.
Una domanda aperta:
mi chiedo, forse un po’ in ritardo, ma i ragazzi che hanno recitato in questo
spettacolo sono coscienti della durezza – con la quale mi trovo pienamente d’accordo
– con cui viene dipinto il mondo degli adulti?
Valeria Screpis
Grazie Valeria, bella recensione, porteremo le tue riflessioni al nostro gruppo di lavoro. Di certo il primo gruppo che aveva affrontato il tema nel 2006 era ben consapevole, visto che le critiche agli adulti erano venute da loro. E anche questi sono 13enni, e il loro modo di vedere il mondo è simile a quello dei loro coetani che li hanno preceduti in questa sfida. Bisogna considerare però che fa parte della crescita rompere il cordone ombelicale con i genitori e quindi non vederli più sotto quella luce divina che ha caratterizzato l'infanzia. Adolescenti e preadolescenti sono di solito molto severi con il mondo degli adulti, poi le cose si ridimensionano. Per fortuna :-) -
RispondiEliminaDavide
Grazie mille per aver risposto, per me è un onore poter scrivere in questo spazio.
EliminaCiò che sottolinei è verissimo. Da "post-adolescente" non posso che trovarmi d'accordo e sono certa che la rottura sia necessaria, quello che mi ha personalmente inquietato - se posso permettermi di usare un termine un po' forte - è che di genitori "mostruosi" come quelli di "13 Anni" io ne conosco alcuni e sono proprio così.
Oltre alle riflessioni, porta loro anche i miei complimenti e una piccola esortazione: energia!
Valeria =)