giovedì 17 maggio 2012

Recensione: 13 ANNI


Che cosa significa avere 13 anni? A guardare questo spettacolo, avere tredici anni vuol dire affrontare conflitti: con i genitori, con i fratelli e le sorelle, con gli insegnanti, gli amici, i compagni di scuola. È innegabile che sia così, avere relazioni comporta il confronto e, talvolta, anche lo scontro. Tuttavia, se con i coetanei – che siano sorelle minori o vicini di banco – si riesce ad instaurare un dialogo, è contro il mondo degli adulti che i ragazzi si ritrovano a fare fronte comune, nel tentativo di aprire una breccia nel muro dietro cui i grandi si trincerano.


Mancanza di ascolto. I genitori che compaiono nello spettacolo sono egoisti e frustrati, riversano sui figli le proprie ambizioni mancate e tutte le piccole ossessioni – come la madre iper-protettiva che scandisce la giornata in una soffocante tabella di marcia, con orari da rispettare al minuto – sono infantili e litigiosi, al parco scoppia persino una rissa tra mamme, sono presenze ingombranti, troppo presenti o, al contrario, del tutto assenti, come la madre della ragazzina bella-ma-ignorante la cui unica preoccupazione è scegliere l’abito migliore per “fare colpo sul direttore del personale”.
La scuola non riceve un trattamento migliore: l’insegnante di scienze sa rapportarsi alla realtà solo in termini di compiti, voti e note sul registro, tanto che nemmeno si accorge delle attenzioni del bidello Arturo. Questi, sebbene sia l’unico personaggio adulto a risultare simpatico al pubblico, è un moderno don Quijote che vive in un mondo di versi e rime strampalate. In questo modo, non riesce nemmeno lui a proporsi come interlocutore valido alle richieste del gruppo di tredicenni. Anzi, sarà solo grazie a loro, e alla loro presa di posizione, che anche Arturo riuscirà ad avere un moto di ribellione, abbandonando l’amore non corrisposto per la fredda e altera prof. di scienze.

Un’amara ironia. Certo non mancano i momenti esilaranti, le battute sagaci e divertenti – nonostante l’allestimento dello spettacolo difetti un po’ di ritmo – il pubblico ride ma, almeno per me, è un riso dal retrogusto amaro, perché le situazioni rappresentate non sono invenzioni surreali, né caricature esagerate, bensì rispecchiano la realtà, una realtà che messa in scena sul palco appare ridicola, ma quando si presenta nella vita di tutti i giorni diventa grottesca e il pubblico adulto non può esimersi, quanto meno, dal sentirsi chiamato in causa.

La ribellione è la danza-jazz. Ho apprezzato particolarmente il finale in cui l’insegnante di scienze, metafora del sistema scolastico così spesso rigido e impersonale, viene “sconfitta” definitivamente con la danza.
I ragazzi inneggiano alla ribellione, ma in realtà quello che vogliono non è sovvertire l’ordine, non vogliono comandare loro, quello che chiedono – e che si manifesta in tutta la sua giocosità nel balletto finale – è di essere ascoltati, è di potersi affermare come persone con una propria individualità, di poter scegliere e di mettersi in gioco.

Un tema che ritorna. Fa riflettere come questo eterno conflitto genitori/figli, adulti/adolescenti, si riproponga ancora una volta e con tanta irruenza. È evidente che se i ragazzi del laboratorio hanno accettato di lavorare su un testo come quello di “13 Anni”, in cui più volte appare evidente la critica dell’autore, soprattutto nella scena emblematica del padre che nega con la propria “capa” che il ragazzo che ha appena perso l’incontro di karate sia suo figlio, è perché il problema è sentito, è reale e necessita di essere affrontato.

Una domanda aperta: mi chiedo, forse un po’ in ritardo, ma i ragazzi che hanno recitato in questo spettacolo sono coscienti della durezza – con la quale mi trovo pienamente d’accordo – con cui viene dipinto il mondo degli adulti?


Valeria Screpis

2 commenti:

  1. Grazie Valeria, bella recensione, porteremo le tue riflessioni al nostro gruppo di lavoro. Di certo il primo gruppo che aveva affrontato il tema nel 2006 era ben consapevole, visto che le critiche agli adulti erano venute da loro. E anche questi sono 13enni, e il loro modo di vedere il mondo è simile a quello dei loro coetani che li hanno preceduti in questa sfida. Bisogna considerare però che fa parte della crescita rompere il cordone ombelicale con i genitori e quindi non vederli più sotto quella luce divina che ha caratterizzato l'infanzia. Adolescenti e preadolescenti sono di solito molto severi con il mondo degli adulti, poi le cose si ridimensionano. Per fortuna :-) -
    Davide

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    1. Grazie mille per aver risposto, per me è un onore poter scrivere in questo spazio.
      Ciò che sottolinei è verissimo. Da "post-adolescente" non posso che trovarmi d'accordo e sono certa che la rottura sia necessaria, quello che mi ha personalmente inquietato - se posso permettermi di usare un termine un po' forte - è che di genitori "mostruosi" come quelli di "13 Anni" io ne conosco alcuni e sono proprio così.
      Oltre alle riflessioni, porta loro anche i miei complimenti e una piccola esortazione: energia!

      Valeria =)

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